TPL_JAE_ACC_MAIN_HOME_CONTENT
Significato degli affreschi del Salone dei Mesi
Il programma iconografico del Salone dei Mesi fu ideato dell’astrologo e bibliotecario di corte Pellegrino Prisciani, ed è una complessa celebrazione degli estensi, con simbolici rimandi alle costellazioni e alle divinità classiche.
Gli affreschi rappresentano un anno tipo della corte estense, suddiviso nei dodici mesi dell’anno; ogni mese, inoltre, è diviso in tre fasce orizzontali: nella inferiore vi sono scene della vita di corte, nella centrale i segni dello zodiaco accompagnati dalle misteriose figure dei decani, mentre in quella superiore è il trionfo della divinità connessa al mese. Il ciclo si legge quindi secondo due direzioni: leggendo in orizzontale si riconoscono i dodici mesi e le attività connesse, leggendo in verticale invece è un’elevazione dal mondo fisico a quello simbolico del divino, a sottolineare il fondamentale ruolo di Borso d’Este come garante delle questioni umane sotto la tutela degli astri e delle divinità.
Come per ogni ciclo rinascimentale, la comprensione delle immagini e dei molti simboli ad essi associati risulta molto difficoltosa, ed ancora oggi è materia di studio e dibattito per molti studiosi. Un esempio sono le figure dei decani, figure misteriose e inquietanti, che secondo le interpretazioni più accreditate, sarebbero la trasposizione in forma umana delle costellazioni del mese, come uno dei decani di Marzo, che corrisponderebbe a Cetus, la costellazione della balena. Sono comunque molte le allegorie e le figure che a noi risultano bizzarre, ma che ai membri della corte estense dovevano essere ben note e avere un significato preciso.
La prima lettura del Ciclo si deve allo studioso tedesco Aby Warburg, che, nel 1911, riuscì ad individuare una fonte negli “Astronomi”, un testo di epoca tardo-imperiale del poeta Manilio, scritto tra il 436 e il 447, da cui è stato tratto l’abbinamento dio-mese.
